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CICERONE PERSONAGGI STORIE

Peppe ‘e Minnicinu: storia e fatiche di un contadino

Peppe Con La Zappa

Una delle professioni più diffuse a Conflenti fino a qualche decennio fa era quella del contadino. Molti, infatti, erano gli appezzamenti di terra coltivati a orto e vigna. Grandi distese di grano, di patate e di ortaggi vari. Terreni che oggi giacciono per gran parte incolti e abbandonati. L’agricoltore di un tempo racchiudeva ciò che oggi si cerca strenuamente: l’amore per la natura, il rispetto e la venerazione per la madre terra. Difatti, la sua era un’agricoltura naturale e non forzata, che rispettava le stagioni e che si lasciava guidare dalle fasi lunari. E se a Conflenti c’è una persona che ha dedicato tutta la sua vita a quest’amore viscerale per la terra è di sicuro Giuseppe Mastroianni, o meglio, Peppe ‘e Minnicinu.

Peppe ‘e Minnicinu e la vita da contadino

Giuseppe è un contadino di professione. Ha lavorato la terra sin da quando era solo un bambino e continua ancora oggi. Infatti, non vedeva l’ora che finisse quest’intervista: aveva fretta di andarsene perché aveva promesso a un amico di aiutarlo a piantare delle fave. E Peppe, per principio, non viene mai meno alla parola data. “Ed è già tardu”.
Come molti suoi colleghi è stato anche colone, sia a Conflenti che a Motta. I coloni, detti gilunari, coltivavano la terra e allevavano il bestiame dei latifondisti, i gambuni. E, a ogni raccolto, dovevano dare ai padroni gran parte del raccolto. Ciò che restava era appena sufficiente per sfamare la famiglia. A Conflenti fu colone di Piatru u liantu e Brunu e piddricchia. Ma Peppe aveva anche delle terre proprie e, poi, lavorata ara jurnata per chi lo chiamasse. Otto ore al giorno con la zappa in mano.

Pappe nella terra
Peppe mentre zappulia l’agliu

La miseria e la necessità di mandare avanti la famiglia lo spinsero a emigrare in Svizzera. Anche lì, per i quattro anni che vi abitò, continuò la sua professione. Ma l’amore per i figli, lasciati soli, era troppo intenso e la nostalgia di casa troppo forte, così ritornò. Continuò a fare da madre e da padre. E con il sudore della sua fronte e la fatica delle sue braccia, diede loro la possibilità di andare a scuola e vivere dignitosamente.

Con ai piedi scarpe di copertone

Fu colone di sua cugina Filomena anche nella vicina Motta. Ma se oggi impieghiamo 10 minuti di macchina per raggiungerla, un tempo, a piedi o con l’asino, ci volevano un paio d’ore. Peppe racconta che la mattina sua mamma preparava il formaggio fresco e lui immediatamente si metteva in viaggio per portalo a sua zia Rosina. Andava a terra terra, attraversava una jumara e nu jumariaddru, prendeva diverse scorciatoie e, finalmente, arrivava a destinazione. E lo stesso per il ritorno. Con ai piedi scarpe di copertone: “facevano male – ci dice – perché erano dure”. Gli scarpari, a quei tempi infatti, utilizzavano i copertoni delle ruote delle macchine per ricavarne delle scarpe. “Ntoni Vesciu ancora le ha – dice Peppe – ma non ne vende più”.

Fiume Salso

Una volta a casa non c’era tempo per l’ozio: il bestiame lo attendeva. Capre e pecore dovevano essere curate, pascolate e munte. I maiali cibati. E la terra coltivata. Il segreto per ortaggi perfetti e un raccolto abbondante? Seguire le fasi lunari. E dopo aversi fatto u commudu per tutta la famiglia, parte del raccolto Peppe e sua madre la vendevano al mercato. Partivano da Conflenti alle 3 di notte e con l’asino carico di prodotti si recavano a Soveria, dove arrivavano intorno alle 7 del mattino, in tempo per aprire la bancarella nel posto migliore. Ricorda ancora il prezzo di alcuni prodotti: un chilo di pomodori a 50 lire, i fichi a 30. E così guadagnavano qualcosa per andare avanti.

La povertà ai tempi di Peppe

Da ragazzo abitava in una dimora modesta: la cucina era al piano inferiore della castagnara, e Peppe ricorda come, quando era il periodo di lavorarle, capitava che mentre erano a tavola le castagne, spesso accompagnate dai loro vermi, si tuffavano nei piatti. Anzi, nella coppa comune. Per prendere l’acqua, tutte le mattine dovevano recarsi con i barili alla sorgente più vicina. Poi d’estate la riscaldavano al sole, d’inverno al fuoco; e così l’utilizzavano per l’igiene personale. Per cuocere i cibi, poi, c’era solo il fuoco. “U cafhé de uariu ara cicculatera supra u fhuacu sapia bbuanu!”. Non c’era niente: non c’erano bagni, non c’era energia elettrica, ma lanterne. I materassi fatti di “fhodere e nnianu chi fhacianu scrusciu, o de crinu” e i cuscini di lana di pecora. “Ma staviamu bbuani!”. E prima di dormire la famiglia si radunava davanti al fuoco e si raccontavano fatti e storie.

Non solo contadino

Trascorreva le sue giornate lavorando la terra e allevando il bestiame. Ma toccava anche aiutare nei lavori domestici. Così si recava al fiume a fare il bucato: i panni si lavavano con la lissia. Si mischiava cenere setacciata con acqua bollita e nasceva, così, il sapone: i panni uscivano più bianchi che se lavati con candeggina. E sempre al fiume, insieme alla mamma e i fratelli, lavorava la ginestra raccolta per le strade. I gambi verdi legati a mazzetti, una volta ammorbiditi nell’acqua, venivano ammaccati a piedi scalzi sempre nel fiume, finché non diventassero bianchi. Poi la strofinavano e la sfilacciavano ricavandone delle fibre. Ne usciva fuori un filo rudimentale che la signora Emilia, una delle molte tessitrici conflentesi, lavorava al telaio insieme al lino. E se ne facevano indumenti e biancheria. Da piccolo faceva anche il pane.

Pane Fatto In Casa

A partire dal lievito madre, s’impastava nella majiddra, si scanava e cuoceva, poi, nel forno a legna. “Quindici giorni durava un’infornata di pane, non come oggi”. Pane di castagne, pane di patate e anche pane e frese di lupini. Si mettevano a bagno, si lasciavano seccare al sole e poi si macinavano. Se ne ricavava una farina utilizzata in sostituzione di quella di grano, di gran lunga più cara. Naturalmente, per macinare ci si doveva recare al mulino. Qua a Conflenti, a quei tempi, ce n’erano quattro. Ma Peppe andava a Motta “pecchi trattavanu cchjiu bbuanu”. Quindi caricavano l’asino con sacchi di lupini, di castagne o di grano e se tornavano con sacchi pieni di farina.
Ricordando quei tempi passati, i sentimenti che scaturiscono sono diversi e contrastanti. Domina, forse, la nostalgia di un’epoca di povertà e ristrettezze economiche ma ricca di valori e sentimenti più puri.

Peppe ‘e Minnicinu: storia e fatiche di un contadino ultima modifica: 2020-01-17T09:58:58+01:00 da Redazione
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