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Centro di Cultura Popolare: luogo di aggregazione dal 1952

Centro di cultura popolare di conflenti

C’era una volta, e c’è tutt’ora, il Centro di Cultura Popolare. Una bella realtà nata nel dopoguerra con fini nobili, che ha perseguito e raggiunto, nel corso del tempo, enormi obiettivi. Un centro di aggregazione che spinse gli uomini a uscire dai bar e dalle bettole e, in un secondo momento, le donne dalle case per unirsi, acculturarsi, scambiarsi idee e opinioni. Vi si incontravano anziani e ragazzi, artigiani e medici, donne e uomini. “Tutti insieme senza distanze sociali per collaborare al miglioramento dell’intera piccola comunità” e nel rispetto reciproco. Oggi, grazie alle informazioni forniteci da Corrado Porchia, uno dei membri, vogliamo raccontarvi la sua storia.

La nascita

Il 9 gennaio 1952 iniziò ufficialmente l’attività del Centro di Cultura Popolare di Conflenti. S’inserì nella già esistente rete di centri facenti capo all’UNLA – Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo. Antonio Isabella, Michele Cimino, Nicola Marotta, Ferdinando Mastroianni e il direttore Pasquale Paola formarono il primo comitato direttivo. Il loro “più vivo desiderio – come si legge in una lettera del direttore – era quello di dare una mano alla comunità per uscire dallo stato di desolazione e di diffidenza, che una guerra lunga e disastrosa ci aveva lasciato in eredità. Per avere un luogo come punto di aggregazione e assieme crescere nella libertà e nell’autonomia. Per offrire un luogo dove incontrarsi, diverso dalle bettole che in quei tristi tempi erano numerose”.
L’iter che dovettero seguire per giungere all’apertura non fu né semplice né breve. Innanzitutto, bisognava fare richiesta all’UNLA. Poi, ogni decisione doveva essere approvata da un ispettore nazionale.

centro di cultura popolare Unla conflenti

Esisteva, a quei tempi, un Centro di Cultura nella vicina Motta, diretto dalla maestra Checchina Colosimo. Convennero che una parola della donna con la sede centrale avrebbe di gran lunga semplificato le cose. Così, Pasquale Paola e la signora Checchina s’incontrarono grazie all’intermediazione di don Riccardo Stranges. In quale, con la sua topolino, una delle poche macchine in circolazione a Conflenti, facilitò l’appuntamento. Le basi per l’apertura erano state poste, bisognava, ora, passare alle questioni pratiche. Cosa ne pensava la comunità? Sarebbe stata favorevole? E gli adulti si sarebbero iscritti? E poi ancora, dove riunirsi? Dove stabilire questo centro? I quesiti da rispondere erano molti. Ma pian piano le nebbie cominciarono a diradarsi. Innanzitutto “la risposta della popolazione fu incoraggiante”. Nel giro di poco, infatti, il centro contava già 40 adulti disposti a iscriversi, principalmente uomini, tra contadini, artigiani e operai. Restava da individuare la sede.

La sede del Centro di Cultura Popolare

Per risolvere le questioni relative alla sede, infine, il comitato direttivo decise di rivolgersi al Comune. La risposta positiva, da parte del commissario prefettizio Giuseppe Folino, che all’epoca reggeva l’amministrazione, fu immediata. Si legge nella lettera: “In relazione alla vostra richiesta, tendente a ottenere da questo Comune un locale da adibire alla lotta contro l’analfabetismo, pienamente convinto della grande utilità che detta istituzione apporta alle frazioni di questo Comune, dove l’analfabetismo dilaga, sono lieto di potervi comunicare che questa Amministrazione vi concede temporaneamente il locale sito in via Marconi, n. 19, attualmente adibito a scuola”.

Centro di cultura popolare: sede di via marconi

La sede, però, era piccola. E la presenza degli adulti disturbava il corso delle lezioni. Dunque, si cercò un’altra soluzione. La prima sede indipendente la si ebbe nell’ottobre del 1951. Francesco Tallarigo diede in affitto due stanze, in via Garibaldi, al prezzo di 20.000 lire all’anno. Dunque, mancava solo l’incontro con l’ispettore della sede centrale di Roma. Incontro che avvenne nel dicembre del 1952. E l’apertura ufficiale è datata ai primi giorni del gennaio seguente.

Le donne e il Centro di Cultura Popolare

Ben presto si sentì la necessità di allargarsi anche al mondo femminile. A quei tempi le donne dovevano occuparsi solo della casa e della famiglia. Uscivano soltanto per andare a lavare i panni aru lavaturu, per prendere l’acqua alle sorgenti o aiutare i genitori nei campi. Fu così che l’anno successivo fu istituita una sezione femminile. Suor Francesca Oppo era la responsabile e insegnava alle allieve a cucire e ricamare nei locali dell’asilo. “Le ragazze affluirono in gran numero”.

Unla centro di cultura popolare: lettera di apertura

Le attività

Le attività principali miravano al recupero degli analfabeti, semianalfabeti e analfabeti di ritorno. Furono avviati, quindi, dei corsi per adulti seguiti da maestri preparati, e disoccupati. I quali, grazie a quest’incarico, acquisirono punti necessari per avanzare nelle graduatorie. Il dirigente, Pasquale Paola, era convinto che la scuola per adulti dovesse organizzarsi secondo il livello culturale degli allievi. E il suo scopo doveva essere quello di “favorire la partecipazione di tutti i cittadini alla vita collettiva”. Alfabetizzando gli adulti si sarebbe potuto, poi, diffondere la cultura intesa come “forma di pensiero e di giudizio. Come sistema di indagine, di ricerca e di riflessione”. L’altro obiettivo primario era l’assistenza ai bisognosi. A questo riguardo, grande aiuto lo diede il materiale offerto dall’American Friends Service Commettee e l’Aiuto Svizzero all’Europa. E poi si accodarono il prete, il medico e altri insegnati per dare il proprio contributo allo svolgimento del programma.

Esterno Posta vecchia

Si seguivano, inoltre, attività pratiche. Fu avviato un laboratorio di falegnameria che fornì banchi, armadi e quant’altro alla sede. Il numero degli iscritti crebbe, superando i 100, tant’è che si dovette trovare una nuova sistemazione. La casa Isabella di Via Marconi e due locali di proprietà di Sante Villella, nei pressi della Posta vecchia. Le attività del Centro di Cultura Popolare si estesero, poi, anche al campo civico sociale. Ne sono esempio la sistemazione del tratto di strada che dal cimitero conduce al bivio per Martirano. Le donazioni di indumenti, realizzati dalle donne della sezione femminile, a circa 80 bambini poveri. La preparazione di pasti caldi per le scuole elementari nelle contrade. Dal centro di cultura nacquero, inoltre, radio Grandangolare e il giornalino chiamato anch’esso Grandangolare. E, ancora, un gruppo sportivo di tennis tavolo che giocò un campionato a livello nazionale. C’era, poi, una camera oscura destinata allo sviluppo fotografico.

Il Centro di Cultura Popolare oggi

Sebbene la sua posizione non è centrale come un tempo, sebbene non si tengano più corsi formativi e laboratori, e sebbene la sede, nei pressi dell’ex edificio scolastico, non sia più agibile, il Centro di Cultura popolare di Conflenti è attivo tutt’ora. Tra le sue attività recenti c’è “Libri e libertà”. Consiste nel lasciare libri in alcuni posti del paese che chiunque può prendere, leggere e poi restituire oppure sostituire con un altro testo. Un modo, questo, per diffondere tra i giovani la buona e sana abitudine di leggere, magari staccandosi dallo smartphone. Organizza, poi, mostre fotografiche diffuse, conferenze e dibattiti. E sempre grazie al Centro di Cultura è nato il centro studi Vittorio Butera, un gruppo che si prefigge di diffondere la vita e le opere del poeta.

Centro di Cultura Popolare: luogo di aggregazione dal 1952 ultima modifica: 2020-02-05T13:01:19+01:00 da Redazione
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