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“Auguri e figli maschi”: storie di un matrimonio passato!

matrimonio

In una società sempre più consumistica, in cui si pensa all’apparenza e non al contenuto, il matrimonio è visto in tutt’altra maniera rispetto al tempo dei nostri nonni. Appena i due fidanzatini annunciano a parenti e amici la loro decisione di unirsi in matrimonio è subito un rincorrersi di preparativi. Dalle partecipazioni al ricevimento, senza tralasciare fiori, abiti e bomboniere, quasi in una sorte di frenesia che aleggia in casa degli sposi. Cosa diversa era in tempi antichi, dove la gioia del lieto evento nascondeva diverse usanze e assumeva altri significati.

Matrimonio
Gli Sposi e il corteo

“Tu quannu te spusi?”

Innanzitutto è bene dire che i celibi e le nubili non erano ben visti nella società. La condizione matrimoniale era da preferire per evitare rancore e pregiudizi nei confronti del celibato. Un uomo non sposato era “Cumu nu piru ‘mpicatatu“, un bel frutto ma che non serve a niente. Non serve a riprodurre la vita e quindi la sua esistenza non ha giustificazioni. Così come per le figlie femmine, costrette a sentirsi più volte dire “U paru tuu ‘un te po’ mancare”. Il pari, non inteso come l’anima gemella o l’altra metà della mela. No, il pari inteso come parità di rango. Se non capitava il buon partito, ogni famiglia preferiva tenere in casa la propria figliola. Era una forma di decoro, di dignità, che non consentiva alla donna di entrare in una famiglia “più bassa”. Come scegliere allora il rampollo?

Sposi
Foto ricordo dopo il matrimonio

I Promessi Sposi

Erano i genitori a contrarre promesse matrimoniali per i figli, quando questi erano ancora molto piccoli. Usavano incidere il nome dei promessi sposi su due sassi, che deponevano in un angolo nascosto in attesa che i due crescessero. “Ce mintimu na pitruzza”, è l’espressione tipica, talvolta in uso ancora oggi, quando una coppia di genitori spera che i propri figli convoleranno (insieme) a nozze. Ma esistevano anche matrimoni d’amore. Quando un giovane si innamorava di una ragazza,  il primo passo era farglielo sapere. Come? “Cu a ‘mbasciatella”, un messaggio privato che le veniva recapitato da un parente o un’amica di lei. E per sapere se l’amore era ricambiato? Partiva il sondaggio dell’Accippamento! Il giovane poneva davanti alla porta di casa un grosso ceppo e aspettava, il giorno dopo, la risposta dell’innamorata. Se il ceppo era stato portato dentro era un sì. Se era stato allontanato era chiaramente un rifiuto.

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Il momento delle firme

Anche in questo caso era d’obbligo ascoltare il parere dei propri genitori. Se ritenevano il matrimonio inaccettabile, i due innamorati potevano rincorrere all’espediente della “fujitina”, un disonore per tutta la famiglia. Se i genitori acconsentivano iniziavano tutte le “trattative” e i preparativi per il matrimonio. Dopo le presentazioni ufficiali, scattavano subito quei “segnali di stima” tra le famiglie dei futuri sposi. Ecco che ogni occasione era buona per  scambiarsi qualche dono. Olio, salumi, dolciumi, vino, fichi secchi. Un po’ quello che succede anche oggi. Si passava poi alle formalità d’obbligo. L’Affidamento e la Promessa Solenne. Con l’Affidamento, si allargava la cerchia di comparaggio, poiché si sceglievano i testimoni che comparivano davanti all’Ufficiale dello Stato Civile. La Promessa Solenne, invece, si compiva dinanzi al Parroco, che li interrogava separatamente prima del rito religioso. Fatto questo, non mancava che il matrimonio!

La preparazione del matrimonio

Qualche giorno prima una sfilata di donne trasportava, in ceste di vimini, il “panname dalla casa della ragazza sino alla dimora degli sposi. Si trattava del corredo che ogni mamma prepara fin dalla nascita di una figlia femmina. La processione era preceduta da un uomo che suonava l’organetto per richiamare l’attenzione della gente che si affacciava da finestre e balconi a curiosare. Spettava alla suocera ricevere il panname, la quale ne faceva una stima ufficiale prima di sistemarlo in casce e comò. Il corredo era molto importante in quanto costituiva la base obbligata della dote che, ricco o scarso che fosse, doveva essere sufficiente per tutta la vita. Il giorno prima delle nozze, poi, veniva preparato il letto nuziale. In molti Paesi questa usanza è diffusa ancora oggi. Competeva sempre alla suocera farlo. Lenzuola e coperte rigorosamente bianche, piene di confetti (altrettanto bianchi) e, nei casi più fortunati, soldi.

ricevimento nuziale
Il Banchetto nuziale in casa

E l’abito della sposa? Alla suocera spettava pure questo! Nel giorno tanto atteso, di buon ora, giungeva a casa della sposa portando l’abito. Se oggi è lo sposo a non dover vedere l’abito nuziale della futura moglie, a quei tempi anch’essa non doveva sapere niente a riguardo. Il colore, che in seguito è diventato bianco, poteva variare dai crema, ai viola, al nero, al bleu, in tinta unita o a fantasie floreali. Una volta celebrato il rito religioso, il banchetto nuziale avveniva in casa degli sposi. Si mangiava a sazietà, si beveva vino e si ballava la tarantella al suono dell’organetto. A fine giornata gli invitati consegnavano i doni di nozze. “Su cose ‘e rennere”, esclamavano i genitori degli sposi, impegnandosi a restituire il regalo all’occasione giusta. …Evviva gli sposi!

Foto di Egidio Baratta

Mariateresa Marotta

Autore: Mariateresa Marotta

Classe 1992, nel 2017 si laurea in Farmacia presso l’Università della Calabria e nel 2019 consegue un master presso l’Università di Pavia. È attiva nel sociale e prende parte a molte delle associazioni presenti sul territorio.
“Auguri e figli maschi”: storie di un matrimonio passato! ultima modifica: 2020-03-13T09:57:25+01:00 da Mariateresa Marotta

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