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La quotidianità da fhimmina e casa tra faccende, sogni e ricordi

Fhimmina E Casa

Oggi siamo forzati a stare in casa: dopo qualche settimana le mura domestiche cominciano a starci strette. Ma un tempo, soprattutto per le donne, era normale trascorrere intere giornate senza uscire. Alle compere e incombenze ci pensavano gli uomini. Le signore dovevano occuparsi della cura della casa e della prole e potevano uscire solo per andare a prendere l’acqua alla sorgente e fare il bucato aru lavaturu. E come trascorreva le lunghe giornate questa fhimmina e casa? Ve lo racconto!

La giornata tipo di una fhimmina e casa

A fhimmina e casa di un tempo trascorreva le giornate a prendersi cura di sé, della casa, della propria famiglia e dei campi da coltivare. Donne dalle forme morbide e petti prorompenti collegati all’abbondanza rievocavano immagini di maternità. Da sempre considerata angelo del focolare, preparava piatti gustosi e le ricette si tramandavano da mamma in figlia, da nonna a nipote. Al mattino si alzava presto per rifarsi i capelli, che divideva con una “scrima” in jiattule piccolissime ritorte in una crocchia di discrete dimensioni tenute da qualche ferretto e da una pettinissa in osso. Era vestita di abiti semplici: un ampia sottana, un corpetto e nu maccaturu in testa, a coprire i capelli lunghi, e uno scialle per coprirsi le spalle. Per le solennità si copriva il capo con qualche bel fazzoletto a tinte vivaci.

fhimmina e casa: in casa

Subito dopo accendeva il  fuoco con una manata de frasche e qualche buccia di arancia essiccata: metodo antico ma anche ecologico e di sicuro effetto. La cenere calda veniva sempre depositata in un contenitore di metallo per almeno 24 ore prima di essere buttata nell’orto come concime e per allontanare le maruzze. Poi preparava il caffè nella cicculatera. Saliva a ru tavulatu, attraverso una scala in legno collegata verticalmente al centro della stanza, dove riponeva le scorte alimentari e tuttu u supiarchiu che poteva servire “all’accurrenza“.

Fhimmina e casa: Nonna Sergio
La signora Rosa Rocca

La casa: il “regno” della donna

L’arredamento della casa era povero di mobili. I letti erano costituiti da due cavalletti in ferro, sui quali venivano collocate delle tavole in legno con sopra un materasso di lana. In cucina c’era uno “stipu“, mobile a forma triangolare, collocato in un angolo chiuso da due muri dove si teneva il pane e altri cibi. Si viveva una miseria fiera, perché con grande dignità si lavorava duramente nei campi per tutto il giorno, assicurando la sopravvivenza di tutti la famiglia. Per la nostra massaia la stanza più importante della casa era sicuramente la cucina percorsa da grosse travi grezze mal squadrate con appesi salami, lonze e prosciutti per l’asciugatura e l’affumicatura, imbevuti di miasmi e di polvere, mentre le pareti  lasciavano intravedere macchie d’umidità e di muffe, tanto erano annerite dal fumo che circolava in tutte le stanze.

Baule con il corredo della donna

Il grande tavolo, benché occupasse mezza stanza, era sempre insufficiente a contenere tutti i componenti della famiglia. Poi le rustiche sedie grossolanamente impagliate e per lo più scancarate e ru vancu fiancheggiante il camino sotto il quale si rifugiavano, durante l’inverno, il gatto e il cane che stringevano un accordo di tregua quando non avevano a che fare con ossa o tozzi di pane raffermo.
Non c’era l’acqua e quindi in cucina c’era qualche secchio da riempire alla fontana più vicina. Un fiasco, invece, veniva riempito un po’ prima del pranzo direttamente alla sorgente, perché l’acqua da bere, così, era più fresca. Questo compito, in generale, spettava ai bambini della famiglia: “Va piglia l’acqua a Pumetta ca manciamu!”.

A cascia: scrigno di ricordi

La nostra brava casalinga di un tempo non si separava mai della sua cascia. Una cassapanca che conteneva a dote ossia il corredo: biancheria, gioielli, ritratti, libri di preghiere, oggetti religiosi…  Prima delle nozze, la donna commissionava una cassapanca al falegname del paese, per riporvi tutto ciò che possedeva. Il giorno del matrimonio, la sposa portava il suo “bagaglio” in casa del marito, dove rimaneva per tutta la vita. La cassapanca diveniva così l’elemento centrale della sua vita familiare e domestica, il luogo dove erano conservati i ricordi del passato e gli oggetti di valore. Così passava il tempo tra amari bocconi da inghiottire addolciti da sogni mai avverati tra nidiate di bimbi dalle gote rosate.

La quotidianità da fhimmina e casa tra faccende, sogni e ricordi ultima modifica: 2020-03-30T11:27:57+02:00 da Lucy Stranges
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