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INTERVISTE

La terapia intensiva nei racconti di Loredana Cimino

Loredana : infermiere

Abbiamo intervistato, virtualmente, la nostra compaesana Loredana Cimino, infermiera presso l’U.O. di Rianimazione e Terapia intensiva dell’Azienda Ospedaliera Pugliese Ciaccio di Catanzaro. I suoi racconti di esperienze vissute sulla propria pelle mettono i brividi. Fanno riflettere e ci danno una chiara idea di come sia arduo il compito di medici e personale ospedaliero, soprattutto ai tempi del Coronavirus.

Loredana, com’è lavorare in terapia intensiva?

Lavoro in terapia intensiva da quasi un anno e già l’impatto emotivo al mio arrivo era stato molto forte; uscivo da una riabilitazione. È un mondo a sé. Pazienti di qualsiasi età che dipendono totalmente da noi; intubati, attaccati a macchinari a respiratori con tubi, fili, drenaggi e tanti farmaci. Non è facile gestire un paziente in rianimazione, ma piano piano impari. La cosa più difficile è, forse, gestire l’aspetto emotivo, per te stesso e per confortare i poveri familiari che vengono da te in cerca di una parola, uno sguardo, un abbraccio, di speranza e consolazione!

Loredana: Infermieri

E nei momenti peggiori tu sei lì a vivere tutto quel dramma. Madri e padri che piangono figli e viceversa. Famiglie distrutte dal dolore. E torni a casa svuotata, distrutta. Per poi ricominciare il giorno dopo sempre con la speranza, con coraggio e positività. E si combatte affinché qualcuno da lì possa uscire e far rientro nella propria casa, tra i propri affetti. Ed è a questo che ti aggrappi con tutta te stessa: a un sorriso, al paziente che si riprende, che ti guarda con gli occhi pieni di gratitudine. E il cuore si riempie di gioia e di amore e questo ti fa andare avanti, ti dà speranza!

Dunque, è già difficile in tempi normali. E ora, con il Coronavirus?

Il Covid-19 è un mostro silenzioso, che colpisce a dismisura e non guarda in faccia nessuno, che fa tanta, tanta paura. Devi stare isolato, usare i DPI nel modo più preciso possibile perché altrimenti potresti contagiarti e contagiare altri. E quindi stai lì a vestirti con i presidi giusti, a guardarti a controllare i colleghi se manca qualcosa, se sei vestito bene. E fa paura. C’è tensione, sconforto, angoscia… Ma è la mia professione, l’ho scelta io. E quindi fai un bel respiro, ti concentri e si inizia e dai il 1000×1000 anche quando sei stanca. Quando fa caldo da morire in quella tuta e ti senti svenire. Quando non ti puoi toccare neanche per errore la mascherina o la visiera e hai sete, devi andare in bagno, hai dolore a causa degli occhiali. E tu vai avanti e fai ciò che devi, e anche di più.

Coronavirus

Ma ora la situazione è diversa. Non ci sono familiari, non esiste l’ora d’ingresso. Questi poveri pazienti sono soli. I familiari ricevono notizie solo per telefono ed è tragico, è drammatico pensare che vedi il tuo caro uscire di casa e c’è il rischio che non lo rivedrai mai più. Questo virus è subdolo, si diffonde troppo in fretta e quindi bisogna stare molto attenti. Vi preghiamo, infatti, di stare a casa e seguire le direttive: questo è l’unico modo per evitare una catastrofe. La sanità calabrese non ha le stesse possibilità delle regioni del nord. I posti letto sono inferiori, il personale è poco e le strutture spesso inadeguate. Per ora stiamo riuscendo a gestire al meglio delle nostre possibilità. Attualmente abbiamo 9 ricoveri in terapia intensiva, tra cui un paziente di Bergamo e uno di Cremona. Speriamo non ne arrivino altri. Ma sappiano, purtroppo, che non sarà così!

Loredana e il personale ospedaliero ci chiedono di “aiutarli ad aiutarci”

Aiutateci ad aiutarvi. Non crediate che a voi non capiterà. Perché non è così! Se non volete farlo per voi fatelo per i vostri cari. State a casa, lavatevi bene le mani, usate igienizzanti. Vogliatevi e vogliateci bene. È l’unica cosa che vi si chiede. Vi garantisco che non è facile vedere in quei letti queste persone sole, provenienti da qualsiasi città o paese. E se mi metto nei panni dei familiari io sto malissimo. Non c’è cosa peggiore che stare lì attaccati a un telefono senza sapere cosa succede. Se arrivano notizie positive o negative. Pensiamoci un po’ di più. È la cosa più brutta che possa accadere e basterebbe poco per evitarla. Io non posso restare a casa, devo andare a lavorare, devo assistere i pazienti, dare il cambio ai miei colleghi. Ma voi, se potete, fatelo!

andrà tutto bene
Io resto a casa, solo così possiamo fermare questo virus!!!

Loredana, senti nostalgia di casa?

Non vedo la mia famiglia ormai da circa 20 giorni, e la nostalgia di casa comincia a farsi sentire. Potrei tornare, perché sono residente a Conflenti, ma non lo faccio poiché sono a contatto con il Covid-19 tutti i giorni e devo tutelarli. Per il bene che voglio loro devo stare lontana. E spero che tutti facciano lo stesso. Ho dei colleghi che non abbracciano più i propri figli, e come fai a spiegare a un bimbo piccolo che non puoi abbracciarlo? Chi può li manda dai nonni in modo da tenerli distanti. È dura, ma ce la faremo.
Ci vuole responsabilità e senso civico. Un po’ di sacrificio fatto oggi potrà dare speranza di una veloce ripresa per domani, un domani che sarà pieno di abbracci e baci, tutti quelli che non possiamo dare ora.

Ringraziamo Loredana per averci concesso questa intervista e le facciamo un grosso in bocca al lupo. Sperando che tutto ciò termini presto. #andràtuttobene

Giancarlo Villella

Autore: Giancarlo Villella

Mi chiamo Giancarlo Villella nato ai Tiarmuni ( Conflenti) il 5 febbraio 1971. Diplomato all’industriale, emigrato mai partito, tornato ancora più innamorato di Conflenti.
La terapia intensiva nei racconti di Loredana Cimino ultima modifica: 2020-03-23T11:07:56+01:00 da Giancarlo Villella

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