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MEMORIA STORIA STORIE

“Vite Rubate” di Eugenio Giudice

Caravan Di Cammelli

La cappa della grande tragedia bellica avvolge e unisce i villaggi del Sud al resto d’Italia. Partono per le trincee della prima guerra mondiale i contadini, i braccianti, gli artigiani, i disoccupati calabresi. Quando scoppia la prima guerra mondiale, i giovani calabresi arrivano al fronte forse più numerosi che da altre regioni dove l’industria al servizio del conflitto ha bisogno dei suoi operai, mentre i campi, soprattutto quei terreni, a volte minuscoli, servono soltanto a far sopravvivere chi li coltiva. Non c’è un sud che fugge dagli obblighi di guerra. Lo dicono le statistiche, con quasi un meridionale ogni cinque soldati (il 17,4%) nella prima guerra mondiale.

La Calabria dà una risposta massiccia alla chiamata alle armi, 177mila uomini, pari al 78% delle classi di età interessate, rispetto al 74% della media nazionale. La famiglia Spagnolo di Bovalino porta al fronte sette fratelli. E il Sud darà il contributo più pesante di morti: il 21,06% dei lucani, il 13,85% dei sardi, e l’11,31% dei calabresi, non torneranno più casa. Ci saranno brigate composte per lo più da calabresi, la Brescia, la Ferrara, la Jonio, la Cosenza. O la Catanzaro, quella dei “morti con la terra in bocca” quasi sempre in prima linea, e vittima di due esecuzioni sommarie.

Il fante Eugenio Giudice

In divisa partito dal paese di Conflenti c’è anche il soldato Eugenio Giudice, di 33 anni, al limite d’età per l’esercito sposato con Rosaria. Eugenio sta per diventare papà quando gli arriva l’ordine di arruolarsi, nel marzo del 1915 . Da poco è tornato dall’America dove è stato qualche tempo senza grandi risultati. Prima di allora ha conosciuto soltanto il suo paese o le frazioni vicine, quelle che si possono raggiungere a piedi. Per un primo periodo il soldato Eugenio farà una preparazione sommaria a pochi chilometri da Conflenti, a San Fili di Rogliano, poi aspetterà la vera e propria chiamata alle armi.

La partenza al fronte di Eugenio Giudice

Quando è il momento, dovrà lasciare gli affetti e la piccola casa di una sola stanza per piano che sembra essere messa di traverso nel vicolo che scende ripido verso la chiesa di Santo Nicola, con un dolore pesante almeno quanto la sua rassegnazione, alimentata dall’ignoranza e dallo stupore per quanto sta accadendo in quei mesi di guerra. Lui, di origini umili, quasi analfabeta, non è in grado di capire cosa stia capitando a oltre mille chilometri di distanza, lì al fronte. Conosce la fatica della sopravvivenza, con cui è diventato uomo e marito, ma non il terrore della morte che non lascia scorrere il tempo. Il suo avvicinamento ai campi di battaglia sarà lento e laborioso, durerà diversi giorni, Eugenio andrà e tornerà dal fronte. 

Con la sua classe, quella del 1882, è nella milizia mobile, i congedati ancora in gamba, destinata dietro la prima linea. Per due volte farà ritorno a casa. Subito dopo l’addestramento, poi per alcuni mesi dopo la nascita del figlio. Una gioia breve, che acutizzerà il tormento nelle ore più buie dei campi di battaglia. Dal novembre 1915 al nord e non rivedrà più la sua Rosaria, a cui dà rispettosamente del voi, il suo piccolo Antonio, i suoi cari e il suo paese. Il 19 maggio 1916 rimane vittima della Strafexpedition, la grande offensiva lanciata dall’esercito austrungarico, quattro giorni prima, il 15 maggio, lungo le valli di imbocco al Veneto.

Cartolina Francesco Mastroianni

La corrispondenza con la sua amata Rosaria

La corrispondenza di questi 14 mesi tra gli sposi segue il ritmo degli eventi. Il fante Eugenio usa toni pacati, durante l’addestramento o nei mesi di Catanzaro, malinconici nei periodi di riposo, angosciati nei momenti al fronte, a volte infuriati, ma sempre sorretti dalla speranza che la Madonna a cui non manca mai di rivolgere una preghiera, possa comunque proteggerlo. Eugenio scrive le sue quasi quotidiane cartoline postali alla sposa Rosaria in una lingua che non è il dialetto, e che quindi non esprime a pieno i sentimenti, e non è l’italiano, che conosce appena. La carta, la penna e l’inchiostro filtrano i suoi pensieri come dei setacci sempre più fini. Di scritto resta soltanto un accenno di quanto vorrebbe dire, e di quanto non sa e in parte non può dire.

“Oggi in punto forse dobbiamo partire e non sappiamo dove ci tocca andare mentre non ce lo dicono mai”, scrive il 18 aprile 1916. Ma non appena alza gli occhi, quella immensa ruota di cui lui è minuscolo ingranaggio si mostra amara e indecifrabile: Ci tocca andare a Modena poi più avanti. Non c’è chi fare niente perché anche i zoppi devono partire.  Pure vi dico che hanno chiamato altre due classi di terza bontà”, scrive da Catanzaro il 30 ottobre 1915 e poi pochi giorni dopo, giunto a Padova rincara: “Siamo come le mosche il mese di agosto e per ogni ora giungono treni pieni di soldati”. A maggio tornerà al fronte.

Per l’ultima volta…

Per l’ultima volta. Andiamo adesso nell’accampamento dove dicono che siamo in terza linea e il posto che noi andiamo si chiama Marga Zolle che è una montagna troppo alta e pure dicono che non è tanto cattivo solo che ci sta la neve”. Siamo giunti alle montagne dello Trentino – annota l’11 maggio –  ci sta buona aria fresca e pure la neve, però ancora non si sa cosa dobbiamo fare. Vuol dire che io però quel giorno vi scrivo sarvo che ….”. Salvo che, appunto, sia il destino a scrivere per lui l’ultima lettera.

Articolo tratto dal libro “Vite rubate” di Eugenio Giudice e Vittoria Butera

“Vite Rubate” di Eugenio Giudice ultima modifica: 2021-01-15T10:00:00+01:00 da Redazione

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